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De La Muerte: “De La Muerte” – Recensione

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Atmosfera disperata, vento inquietante e melodia solenne: questo è il biglietto da visita dei De La Muerte che, con l’intro strumentale “Tequila funeral”, ci catapultano nel loro primo e omonimo album, un concentrato di roccioso Hard Rock con venature Heavy Metal che vi farà sobbalzare, poco ma sicuro!
La prima traccia, “Fallen Angel”, è un piccolo gioiello ritmato e potente, costruita su un mid – tempo aggressivo e cadenzato e dominata dalla voce stentorea del singer, capace di utilizzare vari registri, sia alti sia bassi, feroci o delicati, in base al contesto musicale e lirico delle singole canzoni. “Silver bullet” è il primo capolavoro del disco: ritmiche martellanti, riff devastanti, solos dal gusto melodico eccellente e un cantato assai poliedrico, addirittura con sfumature growl e “operistiche”.
“Desaparecido” conferma le qualità della band, che ribadisce la propria classe nel tessere trame perfettamente in bilico tra melodia e potenza, sfruttando anche una produzione corposa, moderna e aggressiva in grado di esaltare, nel ritornello, il duello tra la parte corale a più voci e il cantante. “Die and roll” è una delle mie preferite, molto ritmata e veloce, con un riff centrale vorticoso e, ripeto, un cantato spettacolare, che conferisce al sound caratteristiche personali e riconoscibili. Ecco: la riconoscibilità. I De La Muerte ne hanno a tonnellate e questo, a mio avviso, determina la differenza tra una band normale o buona e una di caratura superiore, al di là del discorso tecnico. Arriviamo a “I am not a legend”, un brano vicino al classico concetto di ballad, ma che ha il merito di non scadere nel melenso perché sorretta da riff granitici e da una tensione di fondo ben interpretata, ancora una volta, dal singer. Unico appunto: mancano, secondo me, un ritornello veramente trascinante e un assolo ben sviluppato, ma sono dettagli. “Secret Witness” mi smentisce immediatamente: il riffone portante sfocia in un grandissimo assolo, che conduce il brano in un finale teso e drammatico e trasporta il disco verso il secondo masterpiece del lotto, quella “Malaguegna salerosa” cantata in spagnolo, che alterna e intreccia pathos, ritmiche in doppia cassa, solos evocativi, riff stoppati e melodie vocali bellissime. Sembra di essere in un luogo assolato del Messico o della Spagna, al cospetto di una zona desertica, senza anima viva tranne un malfamato locale, attraente e pericoloso. La sete ti spinge a entrare e il tanfo di alcool, sudore e fumo ti toglie il respiro, ma una visione ti ristora: suadenti ballerine danzano sulle note di un pezzo potente e lascivo, le cui uniche parole che riesci a capire distintamente sono “malaguegna salerosa”. Il ritorno alla realtà si chiama “I am alive” ed è un pugno in faccia fatto di ritmi ossessivi, riff abrasivi e parti in basso e batteria che tolgono il respiro. Il tempo di riprenderci e ci tuffiamo nella canzone che chiude il lavoro: “Sorrow”.
Si tratta dell’ennesimo splendido capitolo di un disco eccellente, questa volta più intimo e introspettivo del solito e dal coro magnifico, quasi sinfonico nel suo incedere. Ultima perla, una assolo commovente nella sua brevità che, se mai ce ne fosse stato bisogno, mi ha convinto a fare l’unica cosa buona e giusta da fare: schiacciare di nuovo il tasto “Play”. Questo è un disco da avere, non dico altro.