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Francesco “Fuzz” Pascoletti “Il Rock è vivo, ma muore continuamente per colpa di chi non vuole andare oltre”

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Intervistare il Fuzz è un privilegio, al secolo Francesco Pascoletti, uno dei pochi giornalisti in ambito musicale che ho sempre apprezzato. Lo dico perché devo intervistarlo? No assolutamente. È una questione di modalità e di approccio alla professione che mi hanno fatto apprezzare il suo lavoro negli anni. Ero ragazzino e compravo Metal Shock, pochi numeri e lui abbandonò per creare la creatura cartacea più geniale degli anni 90, Psycho!, col punto esclamativo.

Conservo quelle riviste gelosamente e ogni tanto le vado a rileggere perché provo le stesse sensazioni dell’epoca: idee chiare, visione, ironia, autoironia, futuro, freschezza. Interviste epiche (Malmsteen portato all’estremo che voleva picchiare Timo Tolkki!), la rubrica mensile di Fernando Ribeiro, i reportage dalla Finlandia, il numero con le facce di Elvis piazzate qua e là (the love me tender magazine), il CD con i pezzi nuovi di zecca che ci fece scoprire tante band interessanti. Potrei continuare all’infinito ma le creature di Francesco Fuzz Pascoletti sono state sempre avanti. Infatti spesso non venivano capite, e mentre orde di metallari si indignavano perché non c’erano i Maiden in copertina (come in tutte le altre riviste) Fuzz modernizzava sempre più Psycho! e intanto da succose rubriche iniziavano a nascere Ritual, Classix e poi Classix Metal. Riviste fuori dagli schemi, pagine ricche di contenuti, mini enciclopedie del rock.

Introduzione lunga ma doverosa per farvi capire che il Fuzz non è un giornalista musicale qualsiasi ma una fucina di idee che ci fa godere da decenni.

Francesco, benvenuto su Metal in Italy. Partiamo subito dal presente, dalle X che si aggiungono e dei contenuti eXtra…

Prendiamo una macchina del tempo e torniamo indietro di vent’anni per Classix e di 34 anni per me stesso! Infatti ho iniziato ben 34 anni fa a fare questo lavoro e, per mantenere vivo questo tipo di mestiere, devi cambiare e rinnovarti. È quello che ho sempre fatto, stavolta anche per necessità: sono stato molto male a causa del COVID e sono rimasto in ospedale per quasi due mesi in cui ho avuto tempo e modo di pensare, anche perché non c’era nulla da fare, ed è lì che, nella mia testa, sono nati diversi progetti. Poi, nel Dicembre 2021, c’è stato un aumento esponenziale del prezzo della carta, esattamente il 77%, questo ha sancito la fine di alcune piccole realtà del settore, quindi gioco forza abbiamo dovuto ripensare il modo e il mondo delle nostre riviste. Abbiamo preso decisioni nette, perché per noi continuare senza nessun tipo di sovvenzioni statali che hanno altre realtà dell’editoria musicale e con una tiratura che, per coprire le edicole, doveva comunque restare su almeno 20.000 copie, avrebbe significato compromettere notevolmente e irrimediabilmente la qualità del nostro lavoro. Abbiamo abbandonato le edicole (decisione molto meno sofferta del previsto) e soprattutto la distribuzione italiana, che è davvero disastrosa. Quindi abbiamo dedicato tutte le nostre risorse per creare un prodotto migliore, con più pagine, un formato più grande, una carta più elegante e con contenuti veramente interessanti e curati. Ci siamo tirati fuori da qualsiasi regola della classica rivista, siamo usciti fuori dal giro delle solite interviste e delle solite cose per creare un prodotto più di nicchia, dei piccoli pezzi di enciclopedia del rock e del metal, che guardano al passato in maniera diversa, approfondita e moderna. Ecco, noi stiamo cercando di far diventare un costume anche la vendita della rivista online, un sistema che ritengo anche più democratico, perché anche il piccolo editore che non punti ai grossi numeri di una distribuzione può così avere il suo spazio.

Il tempo che passa porta con sé cambiamenti epocali. Abbandonare le edicole è la fine di un’epoca, mette un po’ tristezza tutto ciò o bisogna abbracciare con entusiasmo il cambiamento?

I cambiamenti spesso non siamo noi a deciderli, ma siamo noi poi a doverci adattare. La situazione delle edicole è drammatica ed i fattori sono molteplici; al contrario di quello che si possa pensare, non è solo la questione della informazione online o dell’aumento del costo della carta. Le stesse persone che lavorano per e con le edicole, editori e distributori, hanno creato situazioni insostenibili, tipo prezzi stracciati o scontati per versioni digitali o abbonamenti, distribuzione quasi inesistente per i piccoli comuni e carente per i grandi. Io vivo a Roma in una zona centrale, vicino Porta Pia, dove c’è la sede del Ministero dei Trasporti, ebbene, anche l’edicola di fronte al Ministero ha issato bandiera bianca! Però è anche vero che ogni momento di difficoltà è anche un momento di ispirazione: abbiamo trovato altre soluzioni per le nostre riviste e francamente non credo che comprare online una rivista ricca, approfondita e bella cicciotta come la nostra (l’ultimo numero di Classix ha 156 pagine e una copia pesa più di mezzo chilo!!!) sia così scandaloso o complicato, considerato che ognuno di noi si compra on line ormai non solo più i dischi, ma pure la spesa. Credo che restare fedeli al formato cartaceo ma trovare nuove forme di distribuzione sia la più interessante delle alternative per chi voglia avere un prodotto vero fra le mani. Io infatti sono innamorato della carta e resto un difensore assoluto dei negozi di dischi, ecco perché abbiamo fatto partire un’iniziativa per collaborare con i negozianti: da qualche giorno è partita infatti la distribuzione gratuita di 3.500 copie di Wantlist, la nostra rivista dedicata solo ed esclusivamente alle recensioni, che è stata portata in circa 200 negozi di dischi, dove è disponibile, ripeto, gratuitamente!!! Tanti punti vendita hanno aderito all’iniziativa ed il numero cresce sempre di più, Audioglobe ci sta dando una mano con la distribuzione…insomma, sarà possibile leggere gratuitamente recensioni di album proprio in un negozio di dischi, una maniera per cercare di supportare i music store in questo momento di difficoltà. C’è stato molto entusiasmo intorno a questa iniziativa (alcuni negozi hanno terminato immediatamente le riviste a disposizione e ce le hanno richieste più di una volta!) e questo mi riempie di orgoglio.

Un salto nel passato. Per il sottoscritto Psycho! è stato un prodotto innovativo, primi a guardare con interesse (e non con astio come facevano le riviste fieramente defender…rido!) al crossover, al NuMetal, alle contaminazioni del rock duro con l’elettronica.

Sono stati anni irripetibili, crescendo e confrontandomi con l’attuale panorama giornalistico musicale viene da chiedersi “ma davvero ero io a fare quel giornale?!”. Ci siamo divertiti e abbiamo fatto delle cose davvero sorprendenti per l’epoca. Lo stile negli anni cambia, la voglia di scrivere qualcosa di diverso cresce e ci si evolve. Ecco perché verso il 1997 ho sentito la necessità di fare una rivista come Psycho!, non avrei certo potuto continuare a fare, già all’epoca, riviste metal-oriented che erano sempre uguali a loro stesse… e ti dico che non credo proprio che la coerenza tipica del metal qui c’entri qualcosa, ma più che altro c’entrava certa pigrizia giornalistica e una certa paura di osare. Era però diverso anche il panorama musicale: quando ho iniziato io con Metal Shock c’erano almeno 6/7 riviste che ogni mese trattavano metal e hard rock, era un piacere fare il tuo lavoro, potevi metterci davvero tanta creatività, c’erano le redazioni vere, fisiche, luoghi di incontro e scambio di idee. Hai parlato poi di ironia e autoironia, una cosa che ha fatto parte del mio modo di essere fin dall’inizio, letteralmente. A Metal Shock inventammo la famosa rubrica “Kakka Metal”, su un suggerimento di Giancarlo Trombetti che ci disse: “immaginate che, prima di andare in stampa, qualcuno di notte, si sia divertito ad infilare due pagine di sudiciume nel giornale, ecco quello voglio!”. Ecco che noi arrivammo, nel serioso panorama metal, con due pagine demenziali, piene di finte interviste, vignette, finte recensioni e roba veramente pazza. Però allora, nel vissuto del metallaro medio, l’ironia era ben accetta, c’era spazio anche per ridere (un po’, un pochetto, dai…) di se stessi. Poi è arrivato il buio, un periodo in cui non si poteva più scherzare su nulla; se per caso ti azzardavi a dire che, non so, gli Hammerfall avevano fatto “un disco un po’ bruttino” eri vessato da critiche, offese e dalle solite uscite degli integralisti, “come ti permetti di offendere il sacro metallo!!!”. Fortunatamente oggi abbiamo recuperato un po’ lo spirito di autocritica, il mettersi in gioco e ridere di se stessi. Ragazzi, il metal è prima di tutto divertimento, intrattenimento, solo dopo è una fede, ok?

Come vedi ora, dopo più di vent’anni, quella rivista?

Per quanto riguarda Psycho!, mi capita di rileggere quei numeri di vent’anni fa e riconoscermi ancora nell’approccio di allora, lo condivido pienamente, quindi mi rendo conto che quella era la strada giusta, quello di cui mi stupisco è la grande quantità di articoli, rubriche, interviste o speciali di cui purtroppo non ho quasi più memoria, non ricordo la loro genesi e costruzione.. davvero mi viene da dire: “ma le abbiamo fatte noi tutte ‘ste cose?”. Ma la soddisfazione più grande sono le testimonianze di tutti quei lettori che, come te, ancora ricordano in maniera nitida alcuni articoli, gli editoriali più significativi o la recensione X che gli ha fatto scoprire il gruppo Y. Per non parlare di vari musicisti o produttori della scena che ormai sono affermati e che mi dicono di essere cresciuti, anche musicalmente, con Psycho! o Ritual. Una soddisfazione enorme!

Fuzz televisivo. Registravo le VHS su Match Music per guardare la tua trasmissione ‘Terremoto’. Innovativa pure quella, piena di novità e autoironia (le copertine orrende e tamarre degli anni 80!). Esperienza chiusa o ti rivedremo con qualche altro programma?

Si mi rivedrai a Meteore! Ah ah ah! ‘Terremoto’ è nato questi per caso, Match Music all’epoca era una gran bella tv, decisamente professionale, con circa otto ore di diretta al giorno, ma diciamo che giravano un po’ di soldini nel settore dell’emittenza musicale. Mi chiamarono solo per un’intervista e mi invitarono nei loro studi di Verona, un posto bellissimo, uno studio enorme, un ambiente magico. L’intervista piacque al loro boss che ebbe un’illuminazione, mi disse che potevo funzionare come conduttore e da lì ad una settimana nacque ‘Terremoto’. Match Music poi aveva un ottimo rapporto con la Rai perché spesso gli confezionava trasmissioni belle e pronte per il loro palinsesto e quindi mi trovai anche catapultato nel ruolo di autore e co-conduttore di una trasmissione musicale su Rai2, ‘My Compilation’, che è andata avanti per diversi mesi nella fascia pomeridiana. Un periodo folle, momenti di grandissimo piacere professionale ed anche economico, ma anche di durissimo, inarrestabile lavoro. Un periodo però che mi ha fatto capire che quella non era la mia strada. Bello eh, perché eri al centro di tante attenzioni, ben pagato, ben rimborsato, viaggi, pranzi e cene, vestiti che avrei dovuto mettere in trasmissione e che poi mi venivano regalati, addirittura gente che ti fermava per strada a chiederti un autografo… ma ricordo che c’erano delle riunioni di due ore perché era meglio non mettere i Depeche Mode, perché alle 14:00 del pomeriggio erano troppo rock per il pubblico di quella fascia. Insomma, dopo un po’ di tempo era diventato poco soddisfacente a livello personale, mi resi conto di essere entrato in una luccicante catena di montaggio, non faceva per me. Come tutti i sogni che si realizzano, alla fine le cose non sono così belle come te lo immaginavi.

Per chiudere. Circa 6 anni fa scrissi una riflessione proprio su questo sito riguardante i concerti ed i grandi nomi che ancora tirano la carretta dei grandi festival. (Link) Come vedi il futuro dei grandi eventi quando questi gruppi non ci saranno più? Sbagliamo noi rockettari ad essere nostalgici e a non resistere al fascino dei grandi miti quando vengono in tour?

La risposta è complicata, perché dovremmo parlare di tanti argomenti messi insieme. Innanzitutto i festival sono uno specchio del momento musicale, se il promoter porta una determinata band è perché quello oggi è il nome importante. Addirittura, riferendomi all’esempio del tuo articolo, oggi, con sei anni in più sul groppone, molto probabilmente i Judas Priest porterebbero più pubblico degli Avenged Sevenfold, che all’epoca nel bill erano stati posizionati in una posizione più importante. Poi c’è l’annoso problema del metallaro che per una vita si è trincerato dietro il “questo non è metal”, “questo è falso metal”, “quelli non sono coerenti”, il metallaro duro e puro che ha paura del cambiamento, ha timore di scoprire cose nuove che magari potrebbero piacergli e sbilanciare le sue poche certezze. Purtroppo è questo tipo di pubblico che ci sta portando verso il punto di non ritorno, quello a cui arriveremo quando i soliti gruppi famosi da quaranta anni non ci saranno più per ragioni anagrafiche e dietro di loro ci sarà solo il vuoto. Certo, anche io da ragazzino ero così, appena in un disco metal arrivava la ballad io ci rimanevo malissimo, quasi mi vergognavo ad ascoltarla… Ma ero un ragazzino! Poi ovviamente i gusti cambiano… o dovrebbero cambiare o per lo meno si dovrebbero ampliare. Hai presente la classica frase che si pronuncia da sempre, “il rock è morto!”, no? Ebbene, questa è una stronzata epica! Il rock non è morto, chi la pronuncia molto probabilmente è solo diventato vecchio, noioso e morto dentro. E te lo dice uno che parlare del rock del passato lo fa di mestiere, ma che, allo stesso tempo, ascolta e scopre grandi canzoni e grandi dischi di giovani band tutti i giorni! Il mondo è pieno di canzoni che nessuno o quasi ha ancora ascoltato, di dischi intelligenti e creativi, potenziali capolavori scritti da gruppetti di ragazzini che forse nessuno mai scoprirà. Il rock è vivo, ma muore continuamente per colpa di un pubblico che non vuole andare oltre, non vuole crescere! In particolare il metal purtroppo, non giriamoci intorno, è un genere che vede i promoter puntare sempre sugli stessi nomi, le poche riviste rimaste puntare sempre sulle stesse copertine (anzi se uno muore è meglio, così si fa il numero celebrativo!), il pubblico pretendere sempre le stesse cose fatte sempre in modo più scialbo. È ovvio che oggi questo sia diventato un business sterile, un pianeta destinato a rimanere deserto! Il rock è dannatamente vivo e se il gruppo più famoso del momento a livello internazionale è italiano (piaccia o meno, ma è così) vuol dire che il rock ha salde radici. Avrete capito di chi parlo, possono piacere o meno, ma sai quanti ragazzini grazie a loro imbracceranno uno strumento pronti a fare nuova musica? È morte tutto ciò? Come gli Europe negli anni ‘80, tutti a dire “ecco, il gruppo per le ragazzine”, ma alla fine quanto bene hanno fatto gli Europe all’hard rock? Canzoni godibili, cantante figo e milioni di copie! Quanta gente ha iniziato a suonare pensando di emulare Joey Tempest? Le ragazze in Italia che si sono appassionate al metal mica ci sono arrivate con Udo Dirkschneider o Scott Ian, sono giunte in massa per Joey Tempest o per Bon Jovi. La storia ce lo insegna: il metal per restare in vita ha bisogno di allargare i propri orizzonti e ogni tanto, quel che basta, compromettersi un po’. Io resto fiducioso, perché ascolto tanta, ma davvero tanta musica e il rock è sempre in fermento. Magari mentre parliamo sta uscendo un capolavoro da qualche parte nel mondo che aspetta solo di essere ascoltato…