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Inner Vitriol: Guida all’ascolto di “Sempre Tacui”

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In questa seconda parte dell’intervista per la nostra webzine, entriamo nel cuore pulsante di “Semper Tacui“. Michele Panepinto e Michele Di Lauro ci accompagnano in un’analisi traccia per traccia, svelando i segreti compositivi, le metafore narrative e i complessi legami che uniscono questo lavoro al loro passato.

Cominciamo l’analisi dei brani partendo dall’apertura del disco. Come si sviluppano le prime battute di questo lavoro? Come sono nati e cosa rappresentano nel concept?

In realtà, i primi due brani nascono come un’unica entità. Il titolo di lavorazione era semplicemente “Quintine”, perché l’intera composizione è basata su quel gruppo irregolare. Narrativamente, il disco si apre alla fine di un momento di tortura: il condannato, spezzato, viene trascinato sul pavimento e ributtato nella cella. Da qui i titoli delle prime due tracce, “Broken and Dragged” e “On a Cold Floor”.

In “Broken and Dragged” abbiamo inserito poesie in siciliano arcaico recitate da Francesco, trattate con audio binaurale per creare una stereofonia avvolgente che setta quello che definiamo un “metronomo illusorio” attraverso l’uso di arpeggiatori. Qui vengono già presentati alcuni temi portanti, come quello di “Someone’s treading the remains” (strofa canticchiata ndr), che tornerà nell’ultima traccia in una veste differente. C’è una ricerca di simmetria tematica in tutto il concept: l’ascoltatore attento (è un disco che, per essere apprezzato nella sua complessità, deve essere ascoltato più volte) troverà rimandi costanti tra la prima e l’ultima canzone, o tra la seconda e la quinta. Sul metronomo illusorio di questo brano si innesta poi “On a Cold Floor”. Qui il protagonista prende coscienza del fatto che morirà di lì a un anno;: è l’inizio di un viaggio metaforico nella sua vita interiore e nella sua ostinazione nel non rinnegare le proprie idee.

Musicalmente si percepisce una tensione costante. Quali scelte avete fatto per tradurre in note questo senso di prigionia?

Musicalmente, c’è una tensione continua tra la resa e la reazione violenta allo stato di prigionia. Anche nei momenti meno esplosivi, la tensione di base è percepibile. È un disco pensato per essere “pesante” all’ascolto perché deve fare un uso narrativo della musica per raccontare l’impotenza di fronte al Tempo. Armonicamente dominano le tonalità minori; persino la ballata “Waterfall” è costruita su progressioni modali minori. A livello metrico, usiamo spesso gruppi irregolari e polimetrie per creare un senso di illusione, simile all’enjambement in poesia, che spiazzi l’ascoltatore. Anche i BPM non sono mai spintissimi: volevamo dare un senso di soffocamento, l’idea di qualcuno bloccato al freddo in attesa del prossimo round di tortura. In questa situazione, il vero nemico non è l’inquisitore, ma il Tempo inesorabile.

Arriviamo a “Waterfall”. È un momento di rottura rispetto alle mura della cella, giusto?

“Waterfall” è la nostra prima “power ballad”, ma è soprattutto una fuga filosofica, l’unico brano che si ambienta interamente nel mondo interiore del protagonista. Parte dalla metafora del fiume come tempo: se per tutti il tempo scorre, per un condannato a morte il fiume finisce bruscamente in una cascata contro cui schiantarsi. Musicalmente è un pezzo più “asciutto” per i nostri standard: non ci sono riff di chitarra né distorsioni fino al finale, è tutto giocato su sintetizzatori e melodie aperte. Volevamo creare un’immagine visiva di calma prima dell’impatto. Anche se non è nata come un singolo, è diventata una delle tracce più potenti grazie all’interpretazione di Gabriele, che in quel finale riesce davvero a farti vibrare la schiena. Gabriele ha una formazione classicamente rock-metal, ma lo abbiamo messo alla prova chiedendogli di “recitare” la parte del condannato. Se il protagonista soffre, il canto deve trasmettere quel dolore in modo teatrale; le registrazioni sono state lunghe proprio per trovare la forma espressiva giusta in ogni passaggio.

Passiamo a “Weaker and Fading”, che vede la partecipazione di Geoff Tate.

È stata la prima idea su cui abbiamo lavorato per questo disco. È un brano circolare: inizia e finisce solo con la batteria. Metricamente gioca su una polimetria piuttosto ardita, una sfida che abbiamo dovuto faticare per rendere fluida.

Compositivamente, abbiamo giocato su quella che alcuni definiscono una “regula absurda”: data una tonalità di impianto, a partire da un grado di riferimento, gli accordi sui gradi più acuti di quello sono di nona, mentre quelli più gravi sono semplicemente power-chords. Questa scelta è un po’ il marchio di questo brano. L’immagine lirica è quella di un raggio di luce che filtra nella cella e mostra i graffiti lasciati dai condannati precedenti: il protagonista capisce che quelli non sono segni sui muri, ma lasciti di chi lo ha preceduto. È il momento della presa di coscienza definitiva e della volontà di lasciare, a sua volta, il proprio marchio sulla storia:per questo motivo nel video abbiamo lavorato molto sui fasci di luce. Geoff Tate è stato perfetto: si è prestato come un consumato attore di teatro, con una voce molto intima, quasi parlata, che nel mix risulta potentissima. È un brano che rappresenta il compendio della nostra idea per questo disco.

Avvicinandoci alla conclusione troviamo lo strumentale “Upon the First Ray of My Last Sun”.

Di fatto è l’intro del brano finale; i titoli compongono la frase: “Ai primi raggi di luce della mia ultima alba, vedo le fiamme (del patibolo)”. Qui “ci siamo sfogati” in un recap di tutto il materiale tematico: tornano vari temi, ad esempio, come accennato all’inizio dell’intervista, quello di ” Someone’s treading the remains “, la ricorsività degli arpeggiatori di “On a Cold Floor”, insieme a temi cantati reinterpretati dalla chitarra. C’è un tapping all’unisono tra chitarra e basso che è un po’ la nostra cifra stilistica. Abbiamo cercato di mantenere una certa musicalità nonostante la complessità, con la batteria e il basso molto presenti nel mix per portare l’ascoltatore verso l’esplosione finale.

E si arriva a “I See the Flames”. Qual è il messaggio ultimo?

Filosoficamente è il culmine del disco: il protagonista è sul patibolo e spiega il senso di “Semper Tacui”. C’è il paradosso di essere bollato come eretico e fare la stessa fine di Gesù, che nei graffiti di Palazzo Steri ricorre spesso proprio per la sua natura di perseguitato dal potere.

Abbiamo inserito un richiamo esplicito al nostro passato: in “I See the Flames” riprendiamo il tema di “Three Times” (l’ultima traccia del primo album), invertendo però le parti tra voce e tastiera. Il disco si chiude con un senso di completezza; il protagonista ha compiuto la sua parabola e augura agli ascoltatori di avere la sua stessa forza nella conservazione della propria self-integrity. Un piccolo dettaglio: nel brano “On a Cold Floor”, la voce che canta “Never again” è quella del nostro primo cantante storico; ci piaceva l’idea di mantenere una continuità con il nostro primo demo allegorico.

Com’è strutturato il vostro processo creativo, specialmente per quanto riguarda i testi?

Nell’atto della composizione lirica, Francesco è un poeta prima ancora che un bassista. Il processo di produzione, dopo il primo seme che getta lui, è molto condiviso e passa da un’adesione filosofica totale alle idee artistiche e poetiche. Poiché i temi sono intimi e profondi, Francesco scrive inizialmente in italiano. Poi affrontiamo una fase condivisa di riadattamento in inglese e in metrica. Per questo processo, in Semper Tacui In questo ci ha aiutato Carlos, un mediatore culturale, per assicurarci di non perdere le sfumature poetiche nella traduzione. Poi ognuno rivede le sue parti strumentali e, con il tempo che serve, si arriva al prodotto finale. Siamo stati maniacali in tutto, perfino nella cura del libretto, dove abbiamo usato corsivi e maiuscole (come ad esempio per la parola “HERE” nell’ultima traccia) per sottolineare i concetti chiave. È un disco che abbiamo vissuto, registrato e immaginato in ogni minimo dettaglio.

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