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Lucky Bastardz – Titian: “Tutti possono arrivare a cantare dignitosamente”

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Per voi lettori di Metal In Italy un lunga e piacevole chiacchierata (seppur epistolare) con il ricciolo d’oro (insomma…) del metal italiano.
Titian, al secolo Tiziano Spigno, si racconta attraverso ricordi ed aneddoti della sua vita che vanno al di là del semplice frontman di una band, in questo caso dei Lucky Bastardz, anche perchè pare che ci sia qualcosa in pentola che presto verrà fuori!

L’intervista:

Dire che sei il cantante dei Lucky Bastardz è assolutamente riduttivo perchè ciò che ti contraddistingue sono le tue molteplici attività. Inizierei dal tuo passato… E’ vero che nel cassetto c’è un tesserino da giornalista? Di cosa ti occupavi?
Il tesserino in realtà non l’ho mai preso, pur avendo maturato gli anni di lavoro necessari, però è vero che per qualche tempo ho lavorato come giornalista e redattore di desk presso un editore romano. Mi occupavo della lavorazione di due periodici legati al mondo dell’home cinema e della videoproduzione e, oltre a scrivere articoli e test, ne seguivo l’intero sviluppo, dalla raccolta degli articoli dei contributi esterni, alla correzione delle bozze provenienti dall’ufficio grafico e il controllo delle pellicole da inviare in tipografia.
Era un mondo affascinante e coniugava le mie altre due grandi passioni oltre alla musica: le arti grafiche e il cinema. Poi la crisi dell’editoria specializzata, ha costretto l’editore a ridurre i costi e a quel punto, piuttosto che diventare un giornalista freelance, ho deciso di passare a occuparmi di grafica e videomaking… dal raccontarne al fare direttamente, insomma, che poi in questo caso è stato semplicemente continuare a raccontare, utilizzando mezzi diversi.
Ecco, diciamo che la narrazione, attraverso tutti i mezzi di espressione possibile, è la mia vera grande passione!

A che età il colpo di fulmine con la musica?
Diciamo da quando ho memoria di me stesso! Fin da piccolo mi appassionavano le sigle dei cartoni animati e costringevo i miei a comprarmi raccolte in 33 giri e 45 giri che conservo ancora adesso. Le sapevo in gran parte a memoria e passavo le giornate ad ascoltarle e cantarle.
Con mia sorella, poi, ci divertivamo a organizzare immaginari festival canori, durante i quali ci presentavamo a vicenda e ci esibivamo con canzoni improvvisate sul momento, con testi improponibili!
Intorno ai 6 anni, un pomeriggio in cui ero stufo di risentire per l’ennesima volta la stessa raccolta di sigle, mi misi a spulciare tra i vinili di mio padre e mio zio (che allora viveva con noi) e la mia attenzione fu attirata da una costa dorata più spessa delle altre: era “Made in Japan”, dei Deep Purple.
Ricordo che, appena la puntina si incanalò nei primi solchi del vinile, mi trovai a confrontare mentalmente le prime note emesse dall’hammond di Jon Lord con quel suono fichissimo che mi piaceva tanto nella sigla di Jeeg Robot d’acciaio. Poi come una frustata, la chitarra di Blackmore e la voce di Gillan: “Highway star” è stata decisamente il mio battesimo del fuoco.

Parlami della tua attività di vocal coach. Com’è nata e soprattutto cosa cerchi di trasmettere ai tuoi allievi?
Direi che è nata abbastanza casualmente e dalla mia innata curiosità e fame di sapere.
Io ho iniziato a esibirmi dal vivo e a scrivere canzoni nei primi anni ’90: con una band, i “Quarto Potere” (anche qui si tradisce il mio amore per la settima arte!) raggiunsi anche una discreta notorietà e grazie a buoni piazzamenti a concorsi come “Rock Targato Italia” e similari, arrivammo anche a un passo dal contratto discografico, ma poi, come spesso accade, non se ne fece nulla.
Dopo qualche delusione, quindi, decisi di “mettermela in tasca” e – complice anche il trasferimento a Roma per il lavoro di cui abbiamo parlato prima – per qualche anno appesi l’ugola al chiodo.
Tornato poi a Novi nel 2003, ricevetti la proposta da un trio jazz di unirmi a loro per comporre un quartetto swing. Accettai, allettato dall’occasione di confrontarmi con uno stile completamente nuovo e, sentendomi inadeguato da autodidatta, presi la decisione di iniziare a prendere lezioni: la mia prima insegnante è stata Danila Satragno, poi ho continuato seguendo il metodo di Cathrine Sadolin (Complete Vocal Techniques), frequentando diverse lezioni con Roberto Tiranti e approfondendo le tecniche vocali estreme con Enrico H. Di Lorenzo.
La spinta ad insegnare è arrivata dai miei stessi insegnanti che hanno intuito la mia naturale predisposizione alla condivisione: prima iniziando a dare semplici consigli ad altri cantanti della zona e poi iniziando a seguire qualche allievo privato.
Tre anni fa poi, la proposta di entrare a far parte del corpo insegnanti della Scuola Matra di Tagliolo Monferrato mi ha portato a intraprendere a pieno regime la “carriera” di vocal coach.
Amo insegnare almeno quanto cantare ed esibirmi dal vivo: ai miei allievi cerco di trasmettere la curiosità e la voglia di indagare, allargando i propri orizzonti musicali il più possibile. Soprattutto cerco di far passare il concetto che imparare, anzi riappropriarsi di una tecnica vocale serve solo a potersi esprimere il più liberamente possibile, ma in sicurezza e a liberare la propria “unica” voce.

Ti è mai capitato di avere qualcuno per le mani stonato come una campana?
Capita più spesso di quanto tu possa credere, ma se è vero che “cantanti” si nasce, è anche vero tutti (o quasi) possono arrivare a cantare dignitosamente. Il più delle volte la stonatura deriva da costrizioni fisiche o emotive che, una volta sbloccate, rivelano vocalità inaspettate.
Avendo studiato con diversi insegnanti, e continuando ad approfondire con diversi metodi, ho sviluppato uno stile di insegnamento poco ortodosso: più che dal “controllo” di diaframma, respirazione e risuonatori, nozioni sicuramente fondamentali ma che rischiano di creare confusione nel neofita, cerco di partire dal liberare le tensioni e le costrizioni, che spesso sono provocate proprio dalla volontà di “controllare” la propria voce. Lavorando invece all’inizio dal risvegliare sensazioni di benessere fisico durante i processi vocali, ho notato che spesso molti problemi svaniscono non appena l’allievo pensa al benessere fisico ed emotivo che gli provoca il canto, piuttosto che a controllarne i processi.
Poi ovviamente arriva anche la fase di controllo e ricerca del proprio suono, ma senza un fisico e una mente rilassati, difficilmente, a mio parere, si arriva da qualche parte.
Lo potrei definire un approccio “olistico” al canto.

Veniamo ai Lucky Bastardz… Innanzitutto… perchè BastardZ e non BastardS?
Semplicemente perché dà al nome un tocco sleazy e crea curiosità… d’altronde ci fossimo chiamati Lucky Bastards, questa domanda non ti sarebbe venuta in mente, quindi funziona!

“Alwayz On The Run” è il vostro nuovo album. C’è voluto del tempo per confezionare il tutto. Tirando le somme direi che ne è valsa la pena aspettare. Com’è nato il disco?
Quando sono subentrato io a Geppo, il precedente cantante, nel 2013, l’album era già stato parzialmente scritto, almeno nella sua parte strumentale.
Il mio stile molto diverso ha, per forza di cosa, allungato i tempi: alcuni brani sono stati adattati, altri messi da parte e altri ancora scritti da zero. I ragazzi mi hanno dato piena fiducia e carta bianca nella stesura delle linee vocali e di molti dei testi del disco, oltre che ad adattare quelli già scritti e di questo sono loro estremamente riconoscente: grazie a questo il mio apporto creativo è stato totale e sento questo disco come mio al 100%!

Nel lavoro ci sono dei pezzi che potremmo definire quasi introspettivi: “The Sign On The Wall” ad esempio. So che ha una sua storia…
Tocchi uno dei brani del disco al quale sono più legato…
Il brano nasce da un’idea di base del bassista, Mr. TNT, che ha voluto con questo salutare e rendere omaggio a un suo caro amico scomparso prematuramente, che si occupava di decorazioni d’interni (da qui il titolo). Musicalmente il brano poi è stato sviluppato da Mark, mentre io mi sono occupato di mettere in melodia e tradurre in inglese un pugno di frasi in italiano elaborate da TNT, bellissime ed evocative. In tutto questo processo, il “segno sul muro” è diventato metafora degli insegnamenti e del bagaglio di emozioni e ricordi che ci lascia chi si separa dal nostro cammino e che continua quindi a mantenerlo in vita. È un brano che parla di quanto le assenze possano diventare fortissime presenze e da come, anche da esperienze traumatiche come la morte fisica dei nostri cari, si possa uscire più forti e consapevoli.
Per questo devo ringraziare TNT perché grazie alla stesura di questo brano sono finalmente riuscito a elaborare la scomparsa di mio zio Federico, per me più che altro un fratello maggiore, che mi ha iniziato all’amore per la musica. A lui e a mia nonna, scomparsa durante il mix del disco, ho dedicato l’intero album.

L’intero disco ha un valore personale per te, in quanto negli ultimi tempi hai dovuto far fronte ad episodi (personali, appunto) che per forza di cose ti hanno segnato. Potremmo quindi dire che “Alwayz On The Run” è soprattutto un disco dalla forte personalità?
Sicuramente!
Le fasi finali della lavorazione di questo album hanno coinciso con un periodo molto duro della mia vita, professionale e personale. Come ti dicevo, mia nonna è stata ricoverata in ospedale ed è mancata a cavallo tra le ultime sessioni vocali e il mix dei brani e spesso mi sono trovato a registrare le tracce vocali con la febbre alta e la faringite, dovute al forte stress emotivo.
Per questo devo ringraziare tantissimo Michele Luppi, che ha prodotto le voci del disco ed è stato fondamentale come motivatore e guida per farmi dare il massimo e non cedere alle frustrazioni del momento: abbiamo iniziato a lavorare insieme che ci conoscevamo appena e adesso, almeno da parte mia, posso dire di considerarlo un caro amico, oltre che un collega.
Quindi sì: “Alwayz on the run” parla prima di tutto di rinascita. Rinascita della band, dopo l’addio del cantante storico e membro fondatore. Rinascita mia, che a 40 e rotti anni mi trovo a registrare il mio primo album di inediti e ad iniziare una nuova carriera, quella che ho sempre sognato.
Il concept dell’artwork, tradotto magistralmente da Gustavo Sazes, non a caso è la fenice che fa tabula rasa e risorge.

Quali sono i brani che meglio rappresentano l’essenza dell’ album?
Qui andiamo necessariamente sul personale e, non potendo parlare a nome della band, mi limito a dirti quali sono i brani a cui sono più legato: oltre al già citato “The Sign On The Wall”, direi “Back On My Feet”, il primo singolo e anche il primo brano di cui ho scritto la linea vocale e il testo.
Poi “Tiger Hostel” che racconta di una vera, folle “night out” di Mr. TNT a Riga, durante un mini tour nei Baltici realizzato con la band poco dopo il mio ingresso. “Fuckinsnow” per il testo, scritto a due mani con Mark, che descrive perfettamente il mio stile di vita: “Nevica? Fottitene, fai un pupazzo di neve, e divertiti: il sole prima o poi torna sempre.”
Infine “New Era”, per il quale mi sono divertito a costruire una intro in cui cantano circa 12 Titian, e “Circles On The Shore (Lamia)”, il brano che contiene il duetto con Michele.

Dopo il release party di sabato ci sono altre date in programma?
Certo: per ora posso dirti che il 14 febbraio saremo a Savona per un San Valentino metal, il 28 a Rozzano, il 6 marzo a Genova e l’11 aprile a Bresso. Ovviamente stiamo lavorando con la Truck Me Hard, l’agenzia che cura il nostro management, per portare “Alwayz on the run” il più possibile in giro per l’Italia e all’estero.

Per quanto riguarda i tuoi impegni nei side-projects che ti vedono protagonista che novità ci sono?
Proprio in questo periodo sto registrando le vocals, ancora una volta seguito da Michele, dell’album di esordio di una nuova band, della quale ovviamente non posso ancora dirti nulla!
Lavoro a questo disco da prima di entrare nei Lucky Bastardz (anzi, sono entrato in contatto con loro proprio grazie a questo lavoro) e non vedo l’ora che finalmente veda la luce!
Per il resto, continuo ad esibirmi live con le mie varie formazioni di cover, con le quali spazio dal soul, al jazz, al funk e al metal: non ho idiosincrasie musicali e non capisco, anzi, l’annosa diatriba tra cover band e inediti. Confrontarsi con le cover, se fatto con onestà intellettuale, anzi credo che aiuti a sperimentare con la propria vocalità e a crescere come interprete e autore.

Domanda off topic – Ma “Titian”, alla fine, come si pronuncia??? Scrivi bene eh!
Si pronuncia “Tisc’n” (ho scritto bene?!?). Avevo scelto questo pseudonimo (che poi è semplicemente il mio nome in lingua inglese) per un disco solista che poi ho interrotto di sviluppare dopo il mio ingresso nei Lucky (ma che non è detto che non riprenda in futuro) e l’ho portato con me. Ormai anche la mia nipotina Amanda mi chiama “Zio Titian”… ovviamente la sua pronuncia è un po’ più maccheronica!

Le ultime parole sono per te….
Sono già stato abbastanza prolisso, quindi non abuso oltre della tua pazienza e di quella dei lettori: ringrazio te e Metal in Italy per questa opportunità di raccontarmi un po’ e spero di poter suonare live questo “Alwayz on the run”, il più possibile in lungo e in largo per l’Italia e all’estero.
Il disco sta già raccogliendo diversi consensi di critica e pubblico e ne sono felicissimo, mi ripaga di due anni di durissimo lavoro e ricchi di ostacoli e dure prove. D’altronde si sa, il Toro aveva Saturno contro fino al gennaio 2015: ora pare si sia levato dalle scatole e che non incrocerà il mio segno per circa altri 20 anni, quindi fino a sessant’anni non voglio sentire parlare che di successi!