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Madwork:”Obsolete”

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madwork obsolete

Quando ci si accosta all’ascolto di un album industrial metal è innegabile aspettarsi delle sonorità simili a quelle che ci hanno fatto conoscere coloro che, più di tutti, hanno saputo unire l’elettronica al metal. Il nome Rammstein è quello che viene in mente con maggior facilità. Ebbene, i piemontesi Madwork ci propongono degnamente sonorità electro/industrial, ma dimenticate i Rammstein e virate su aspettative ugualmente importanti, ma che mettano in luce maggiormente le melodie dei ritornelli e la cura dei suoni, piuttosto che le cadenze energiche e marziali. Beh, se siete amanti dei synths dei Covenant, dei contenuti ritmici dei Deathstars e non disdegnate sia la vecchia che la nuova scuola, vi piacerà anche “Obsolete”.

Sono tredici le tracce che compongono un quadro ben strutturato, creato, come detto, da un giusto mix di vecchia e nuova scuola industrial metal, il tutto assemblato da suoni ed una produzione che rasentano la perferzione. L’ottima partenza è rappresentata dall’ electro intro “Obsolete”, (al che viene quasi da aspettarsi che segua un pezzo EBM) che da il la a “Bleeding Out Again”, brano cadenzato e vera miccia di un album che esplode grazie a pezzi validi, come la convincente e “rammsteniana” (almeno nella struttura compositiva) “Traum”, passando per la electro ballad “Redemption”, brano dalle sonorità più commericali, in stile Letzte Instanz, in cui viene accantonato lo scontro veemente tra chitarre e synth, a favore della melodia. Balzano all’orecchio le frasi di tastiera in “The Lucky Hand”, mentre in “Sold Out Paradise” si resta meravigliati dall’approccio Goth, rappresentato dal synth e dalle ritmiche molto “ruffiane”, il tutto condito da un’ottima interpretazione vocale di Beppe “Jago” Careddu, il quale sà, in ogni pezzo, interpretare vocalmente e finalizzare nella maniera più consona, ciò che è plasmato musicalmente dall’emsemble degli strumenti. Verso l’ultima parte del lavoro, però, la tensione sembra allentarsi; in effetti gli ultimi pezzi trasmettono leggermente l’idea di una linea piatta, interrotta da qualche “botto” che esplode tra le note di “Lullaby”.

Peccato anche per la maniera in cui si chiude questo lavoro; in tutta sincerità “Rain” è un pezzo che parte lentamente, su un tappeto di sampler e pianoforte, ma manca di sviluppo, scemando senza lasciare traccia, anzi, lasciandoci con un senso di incompiutezza. Ovviamente un neo è presente in ogni opera e noi lo troviamo anche all’interno di un album che, nella totalità, è risultato all’altezza delle aspettative di chiunque ami il genere.

Siamo di fronte ad un lavoro convincente, anche se la perfezione è qualcosa che nella musica, solitamente, si può portare a compimento solo dopo qualche album. La differenza tra un disco come “Obsolete” ed altri dello stesso genere, sta tutta nel farsi ricordare in qualche modo. I Madwork lasciano, senza ombra di dubbio, un’impronta personale all’interno del circuito di cui fanno parte. Coloro che amano certe sonorità (e non solo) potranno solo gradire.