Home News I metallari amano Nick Cave. Racconto dal PalaLottomatica di Roma

I metallari amano Nick Cave. Racconto dal PalaLottomatica di Roma

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Nick Cave non è italiano. E nemmeno metal. Allora perché scrivere del concerto di mercoledì sera a Roma? Ci sono diverse motivazioni. Prima di tutto perché mi va di raccontarvi una bella storia. Ho scoperto il cantautore australiano abbastanza tardi, lui già era affermato e io ero un ragazzino patito di Heavy Metal. Proprio grazie alla nostra musica preferita ho scoperto l’importanza di questo artista: molti cantanti e musicisti nelle interviste che divoravo citavano proprio Nick Cave come imprescindibile fonte di ispirazione, soprattutto la frangia dark-gothic. Proprio Fernando Ribeiro dei Moonspell teneva mensilmente una rubrica/diario su uno di questi giornali italiani e alla fine suggeriva la musica con la quale accompagnare la lettura: persino lui scriveva Nick Cave. Andai al negozio di dischi e a scatola chiusa comprai qualche album. Fu subito amore (o tormento?). Le sue canzoni, le melodie… la voce! Profonda, baritonale, gutturale, evocativa. Da allora non ho smesso di seguirlo e ho capito perché la sua musica è stata così importante per tante generazioni di metal head. Seconda motivazione: molti di voi che stanno leggendo queste righe erano presenti e questo non fa altro che confermare quanto scritto sopra: i metallari amano Nick Cave!

Mercoledì sera finalmente sono riuscito a vederlo dal vivo e, credetemi, è stata una delle esperienze più belle della mia vita. Una serata che trascende dal mero discorso musicale. Ho visto una sorta di Messia, un trascinatore, un artista tormentato che non vuole nascondere segreti ma vuole condividerli. E’ stato tutto limpido, tutto chiaro; nessun bisogno di mascherare tristezze, frustrazioni o tormenti. Tutto a portata di mano, tutto per noi. Questo non significa che chi c’era ha assistito ad una marcia funebre. Il contrario. Due ore di intensità, adrenalina, fisicità, contatto e, ovviamente, di pregevolissima musica d’autore.
La scaletta ha dato spazio ai brani dell’ultimo “Skeleton Tree“, altri più recenti e classici del passato. Al di la della scelta dei brani è l’esecuzione degli stessi ad avermi fatto rabbrividire: il crescendo di Jubilee Street è stato da brividi, l’intensità di The Mercy Seat ha spazzato via tutte le belle sensazioni che provavo ascoltando la versione studio. Red Right Hand epica, oscura e nevrotica. I Bad Seeds sono impeccabili, Warren Ellis su tutti, stupra quel violino suonandolo con la violenza di un chitarrista death metal.

Ma, inutile dirlo, la scena è tutta di Nick. Il pubblico è suo. Sempre li in prima fila a stringere mani, a farsi toccare, un dialogo continuo. Su e giù, continuamente. Straripante!
Durante l’esecuzione di The Weeping Song poi è successo l’impossibile: Nick scende dal palco, si immerge tra a folla e prosegue a cantare su un bancone posto al centro del parterre del Palalottomatica, delirio puro! Nel risalire sul palco si trascina con se almeno un centinaio di fan, altri scavalcano direttamente… sì, avete letto bene, un centinaio… questo signori è attitudine punk! Visibilmente soddisfatto intona insieme a loro il classico Stagger Lee per poi concludere con Push The Sky Away, non prima di aver presentato a dovere tutti i membri dei Bad Seeds.
Più soffice di una carezza, più brutale di un cazzotto di Tyson. Più psichedelico degli anni ’70, più punk degli anni ’80. Più oscuro del dark, più ironico di un cabarettista. Più ossessivo del doom, più divertente dell’Hard Rock. Più elegante di uno stilista, più scostumato di un camionista. Più sensuale dello sguardo di una donna.
Più viscerale di un vulcano che sta lì per esplodere. Mistico, teatrale, ipnotico.
Gioie, dolori, passioni, tormenti. Condivisione. Tutt’uno. Mercoledì sera per due ore siamo stati una sola persona con tutte queste caratteristiche. Mercoledì, migliaia di persone, per due ore, sono state Nick Cave. UN ANIMALE!