Home Interviste Paradise Lost: “Siamo cresciuti insieme e sappiamo rapportarci alle sfide della vita”

Paradise Lost: “Siamo cresciuti insieme e sappiamo rapportarci alle sfide della vita”

SHARE

Si avvera oggi uno dei cosiddetti sogni nel cassetto. Ho iniziato ad ascoltare metal a metà degli anni ’90 ed in quel periodo se c’era un gruppo che davvero mi faceva impazzire erano i Paradise Lost. Reduci dal successo di Draconian Times si apprestavano a pubblicare uno dei loro album più controversi, One Second. Lo ricordo bene quel periodo, solo per il taglio di capelli visto nelle fotosession il pubblico e parte della stampa li aveva già dati per venduti. One Second era un disco meraviglioso, li apprezzai per il coraggio e la voglia di sperimentare e da allora non smisi per un secondo di seguirli. L’immersione nell’elettronica, il ritorno al metal, il passato che riemerge nelle ultime composizioni death/doom oriented. Fino ad Obsidian, ultimo arrivato nell’ormai numerosa discografia di Nick Holmes e soci. Un disco che sterza nuovamente verso il passato ma guarda con più attenzione al periodo d’oro di metà anni ’90, senza stravolgersi in maniera drastica. Le sonorità sono sempre molto Heavy, ma tornano in auge vecchie e mai sopite influenze dark degli anni ’80, Sisters Of Mercy per esempio (ascoltate Ghosts…). Non voglio gridare al capolavoro ma per l’ennesima volta i PL sfornano un disco di qualità assoluta, cosa che non tutti i “veterani” sono capaci di fare. Ma torniamo al sogno che si avvera. Qualche settimana fa Stefano mi chiede: “Marco vuoi intervistare i Paradise Lost?”. Dopo essere svenuto e rinvenuto accetto molto volentieri, soprattutto perchè mi si prospetta una bella chiacchierata telefonica con Greg Mackintosh, un chitarrista che ho sempre apprezzato. Dopo i saluti di routine e dopo avergli detto quanto gli sono devoto parte l’intervista…

Ok Greg, partiamo dal presente. Nel press kit fornito dalla Nuclear Blast ho letto la tua presentazione, una frase mi ha colpito “È un buon momento per la band, è buon momento per essere nei Paradise Lost” che significa? 

Si è un periodo particolarmente felice per la band, abbiamo raggiunto un grado di maturità e consapevolezza che ci permette di affrontare tutto con una certa serenità e sicurezza. Diciamo che, nonostante il momento non facile, noi stiamo continuando ad andare alla grande. Ci sono stati alti e bassi ma siamo cresciuti insieme e ora sappiamo bene come rapportarci alle sfide della vita e della musica. Si, è bello essere nei Paradise Lost!

Obsidian, qual è il significato del titolo e quali argomenti affrontano i testi? 

E’ un mix di idee tra me e Nick, ma utilizzare l’ossidiana come metro di paragone per quello che volevamo scrivere è sicuramente una idea di Nick. L’ossidiana, pietra vulcanica nera, impenetrabile. Riflette il mood dei testi che, come da tradizione, sono molto introspettivi. Stavolta Nick si è concentrato molto sui sentimenti dell’uomo, amore, morte e rimpianti. La cover invece è opera mia, un’iconografia pagana, rimanda tempi antichissimi in cui l’ossidiana era utilizzata in riti magici e cerimonie.

Musicalmente ho trovato Obsidian un tantino più dark oriented rispetto alle ultime produzioni. Mi tornano in mente le atmosfere di Icon, influenze dark anni 80 ma con il sound aggressivo a cui ci avete abituato negli ultimi 10 anni. Esempio lampante è Ghosts… 

Si, l’analisi è giusta. Ci siamo guardati un po’ indietro e siamo andati a ripescare ciò che musicalmente è parte di ognuno di noi. La nostra storia insegna poi che difficilmente abbiamo fatto lo stesso album due volte consecutive, abbiamo sempre cercato di cambiare e di dare libero sfogo alla nostra creatività. Sono tornate un po’ di atmosfere dark, post-punk degli eighties ma tutto ciò è naturale, è un genere che ci ha sempre influenzato. 

Obsidian è il vostro sedicesimo album. La cosa che mi ha colpito di più è che nel corso degli anni non avete mai perso la creatività, praticamente un album ogni due anni e sempre con standard qualitativi molto elevati… 

Ti ringrazio, davvero. È una considerazione molto importante per noi perché negli anni ci abbiamo sempre messo l’anima in questo progetto. I Paradise Lost non sono solo il nostro lavoro, sono la nostra vita. Abbiamo cambiato molto nel corso della nostra carriera ma non ci siamo mai risparmiati, cercando di dare sempre il massimo. Il motivo principale però è che noi amiamo profondamente la musica, la amiamo in maniera viscerale e ancora ci piace comporre insieme, registrare ed andare in tour. E nonostante ciò non ci sentiamo mai “arrivati”, crediamo che sia sempre qualcosa da imparare, il segreto è proprio questo, mantenere vivo l’interesse per la musica.

Forse la ragione principale è il fatto che la line up della band è sempre la stessa da 30 anni… Batteristi a parte! Che problema hanno i Paradise Lost con i batteristi? 

(ridendo…) Beh si in effetti abbiamo qualche problema con i batteristi…i batteristi sono tipi strani! Scherzi a parte non so cosa succede con i batteristi ma comunque siamo felici che Waltteri sia con noi ormai da 5 anni, spero vada avanti con noi per molto tempo. Il segreto della nostra line up è molto semplice, siamo amici e siamo cresciuti più o meno con gli stessi valori. Amiamo stare insieme ma allo stesso tempo siamo consapevoli che a volte abbiamo bisogno di pause e dedicarci a noi stessi e alle nostre famiglie. Forse l’equilibrio è proprio questo, da perfetti British sappiamo stare benissimo lontani (ride) 

OK Greg, facciamo un salto nel passato, ammetto di essere un grande fan della band e lo sono sin dal 1996, quindi nel periodo post Draconian Times e prima di One Second. Ho vissuto il cambio radicale della band, ho capito Host dopo qualche anno. Poi negli ultimi anni c’è stato un ritorno alle origini. Guardando al passato e al presente, come puoi descrivere una band come i Paradise Lost? 

Difficile sintetizzare 30 anni in poche righe, ma mi piace pensare ai Paradise Lost come una band che ha dato “un contributo” alla scena anche e soprattutto grazie ai cambi radicali, come hai detto tu. Forse senza Host o Believe in Nothing non saremmo qui a parlare, erano album necessari perché prima di tutto dobbiamo, come musicisti, dare sfogo alle emozioni e alle nostre influenze. E in quel periodo storico quello eravamo, onestamente quello abbiamo prodotto. Non c’è niente di più bello che essere onesti con sé stessi e con i fan. È impossibile pensare di fare tutti gli album simili solo perché hanno avuto successo, ammetto che ci vuole coraggio perché i suicidi commerciali fanno male ma poi è bello quando i frutti del tuo lavoro vengono ripagati ed apprezzati anche dopo diversi anni. Ma sia Shades of God che Host, sono Paradise Lost al 100%.

Li ascolti ancora quegli album? 

Non solo li ascolto, ma ne vado fiero. Per me sono episodi fondamentali per l’evoluzione della nostra discografia. E sono anche felice dell’evoluzione del popolo metal nel corso degli anni. Mi spiego: se hai vissuto quegli anni ricorderai bene il disappunto dei fans, durante l’ultimo tour invece ho parlato con molti ragazzi, fan di black e death metal e mi hanno raccontato di quanto siano legati ad Host, album si molto elettronico ma anche pregno di tutte quelle atmosfere cupe e tristi che da sempre ci hanno contraddistinto. Addirittura molti lo annoverano come un album cult…

Siamo in un periodo strano della nostra vita, secondo te come potrà sopravvivere il music business? State pianificando qualcosa con la band o la label?

Non è certamente un bel periodo, questo è palese. Credo però sia fondamentale cercare di mantenere la calma e non avere troppa fretta nel ripartire. Sinceramente io non ho le risposte a questa domanda, perché molte categorie anche nel campo musicale sono a rischio. Non abbiamo voluto assolutamente posticipare l’uscita dell’album, forse ascoltarlo potrebbe aiutare i nostri fans a passare il tempo. Noi come band la stiamo vivendo abbastanza bene, siamo pur sempre Inglesi, quindi amiamo stare per fatti nostri, forse è un bene essere sociopatici in questi momenti (ride). Però la verità è che nonostante le apparenze ci manca la vita on the road. Presi singolarmente amiamo i nostri spazi e ci piace vivere in solitudine ma allo stesso tempo è anche molto strano perché poi il resto della nostra vita lo abbiamo passato in tour quindi non è normale oggi stare a casa per noi. Siamo in contatto con la Nuclear Blast quasi tutti i giorni e ci tocca ammettere che la soluzione è lontana dal rivelarsi, ed è strano perché non sappiamo davvero quando possa finire tutto ciò. E nemmeno sappiamo, quando finirà, come la gente possa reagire. Ci tocca aspettare…

Greg, opinione personale, ne usciremo migliori da tutto questo?

Sinceramente credo che l’unico modo per affrontare un post-pandemia sia quello di non tornare al pre-pandemia. Non sono uno scienziato e nemmeno seguo molto la politica, ma una cosa è certa, è una situazione molto difficile da fronteggiare, le soluzioni potrebbero essere molteplici ma anche inutili. Credo che forse l’essere umano possa imparare quantomeno ad essere meno materialista e cercare di guardare alle cose veramente importanti nella vita, focalizzarsi su cosa è veramente necessario, tornare ad una vita più semplice. Sembra scontato ma non è così, vivere in maniera semplice non è per tutti!