Dopo aver esplorato le sonorità e il concept di Horror Museum, entriamo più a fondo nel processo creativo della band: dalla scrittura alla produzione, fino alla visione futura. Un viaggio tra scelte artistiche, evoluzione e identità, in cui i Path Of Sorrow raccontano come nasce un disco così stratificato e ambizioso.
Quanto è durato il processo di scrittura e produzione di Horror Museum rispetto al vostro primo album Fearytales?
Roby: È stato decisamente più lungo. Tra cambi di line-up, il periodo del Covid e la voglia di non pubblicare qualcosa tanto per farlo, il disco ha richiesto parecchio tempo per prendere la forma giusta.
Avete lavorato in modo diverso in studio per riflettere meglio la natura concettuale dell’album?
Roby: Sì, abbiamo cercato di curare molto l’atmosfera e gli arrangiamenti di ogni brano. Non volevamo solo registrare delle canzoni, ma creare un’esperienza coerente dall’inizio alla fine.
Quali strumenti o approcci ritieni siano stati fondamentali per dare identità sonora al disco?
Roby: Sicuramente il lavoro sulle chitarre e sulle armonizzazioni, che sono molto legate al melodic death. Ma anche la produzione ha avuto un ruolo importante nel dare profondità e atmosfera al suono, per non parlare delle linee vocali, che sono state una vera sfida.
Quanto tempo dedicate alla fase di arrangiamento rispetto alla scrittura delle idee iniziali?
Roby: Molto. Le idee iniziali sono solo il punto di partenza, poi passiamo parecchio tempo a lavorare sugli arrangiamenti finché il brano non ci convince al 100%. Questo porta a un lavoro certosino di “taglia e cuci” che non deve mai snaturare il nostro suono.
C’è qualche tecnica di produzione o effetto sonoro che avete adottato per aumentare l’atmosfera horror del concept?
Roby: Abbiamo lavorato molto sulle dinamiche e sulle atmosfere. Se ascolti il disco da un punto di vista tecnico, sentirai che quasi tutti i brani hanno una tonalità diversa dagli altri: l’uso di scale particolari e di dissonanze è stato studiato nel dettaglio, e il risultato si percepisce anche senza padroneggiare nozioni di armonia. A volte basta un dettaglio sonoro o una scelta di arrangiamento per trasformare completamente la percezione di un brano.
Come vi siete confrontati come band per decidere la sequenza dei brani nell’album?
Roby: Abbiamo ragionato proprio come se fosse il percorso di un museo. L’ordine dei brani doveva accompagnare l’ascoltatore sempre più in profondità. Il primo e l’ultimo brano (Inauguration/Horror Museum e Path Of Sorrow) erano gli unici già definiti nelle loro posizioni; per il resto abbiamo cercato di equilibrare cattiveria e melodia, ma essendo un percorso personale speriamo che l’ascoltatore decida da sé quale “sala” esplorare per prima.
Guardando a Horror Museum, quali aspetti della vostra scrittura vorreste ancora esplorare in futuro?
Roby: Sicuramente vogliamo continuare a lavorare sull’atmosfera e sul lato narrativo della musica. Ci interessa sempre di più creare dischi che siano dei veri e propri viaggi. Nel prossimo partiremo da ciò che rappresenta “Path Of Sorrow” per scendere ancora più in profondità.
Ci sono ambiti stilistici che vorreste sperimentare oltre il melodic death metal?
Roby: Ascoltando il disco puoi trovare technical death, black atmosferico, brutal e gothic folk, ma sempre restando fedeli alla nostra identità. Abbiamo mille sfumature che rispecchiano i nostri gusti personali. Se un elemento nuovo aiuta a raccontare meglio la storia del brano, siamo sempre curiosi di provarlo.
Quale consiglio dareste ad altre band che vogliono affrontare un concept album complesso?
Roby: Di non forzarlo. Un concept funziona quando nasce naturalmente dalla musica e dalle idee della band. Se diventa troppo costruito rischia di perdere spontaneità.
Come vedete l’evoluzione futura della band dopo questo lavoro?
Roby: Possiamo dire che Horror Museum è solo una parte del viaggio. Se il primo disco parlava di paure fisiche e questo di paure mentali, il prossimo capitolo scenderà ancora più in profondità. E lì il viaggio diventerà davvero “infernale”.