Con gli Sfregio, il rock si nutre di riff, attitudine e un approccio diretto che non lascia spazio a compromessi. In occasione dell’uscita di “Non Credo”, abbiamo approfondito con la band il processo creativo, la scelta di un suono ruvido e spontaneo e la volontà di mantenere un’identità riconoscibile senza rinunciare alla sperimentazione. Dalla forza della sezione ritmica alle atmosfere particolari di alcuni brani, fino al rapporto con le critiche e alle prospettive future, ecco il racconto della band attraverso sette domande.
La nostra recensione ha sottolineato una cosa precisa: con gli Sfregio la musica viene prima di tutto il resto. Per voi quanto è importante che un pezzo funzioni anche senza conoscere il testo?
La musica è importantissima, perché è l’anima e il motore del brano. Se un pezzo riesce a farti venire la pelle d’oca, vuol dire che siamo già sulla strada giusta. Il testo poi lo rende più particolare, gli dà una direzione e porta il brano a parlare di qualcosa di specifico. Ma la musica viene prima di tutto: deve funzionare, emozionare e arrivare a chi ascolta anche senza conoscere le parole.
Il riff sembra essere ancora il centro della vostra scrittura. Quando nasce un nuovo brano, parte più spesso da un riff, da un ritornello o da un’idea testuale?
Dipende, non c’è una regola precisa. Molto spesso un brano nasce da una parte cantata, da un ritornello o anche solo da un’idea. Altre volte ci mettiamo in sala a jammare e lasciamo che le cose vengano fuori spontaneamente. Anzi, per me è proprio questa la cosa più bella: partire da zero e vedere dove ci porta la musica, senza programmare tutto a tavolino. Poi c’è il mio amico Grinder, con cui mi sento praticamente ogni giorno. Spesso mi suggerisce argomenti o idee che gli vengono in mente e, lavorandoci insieme, riusciamo a trasformarli in qualcosa di concreto. È un processo che può partire in tanti modi diversi, ed è anche questo il bello.
In “Non Credo” la sezione ritmica ha un ruolo molto importante. Quanto lavorate su basso e batteria per evitare che siano semplicemente un accompagnamento alle chitarre?
Ylme e il Grinder tendono a diventare una cosa unica quando un pezzo funziona davvero. I giri di basso del Grinder sono spesso inusuali e molto più elaborati rispetto a una semplice linea ritmica. In “Non Credo”, questo porta anche Ylme alla batteria a seguirlo e a creare insieme a lui un motore pulsante che dà una spinta enorme ai brani. Abbiamo lavorato moltissimo anche sugli arrangiamenti, proprio per fare in modo che ogni pezzo funzionasse al massimo e riuscisse a dare il cento per cento. C’è stato un lavoro enorme da parte del Dottor Rock sulle chitarre soliste e altrettanto da parte mia sulle linee vocali. Abbiamo curato ogni dettaglio per valorizzare al meglio i brani.
Avete scelto di mantenere un suono ruvido e poco patinato. Quanto vi interessa la produzione e quanto invece preferite lasciare alla musica quella componente “sporca” da sala prove e da palco?
Con “Non Credo” abbiamo voluto ricreare il più possibile un suono grezzo, mantenendo l’approccio che abbiamo dal vivo. Dopo “Malmignotta”, che è un disco molto prodotto, questa volta non volevamo ricorrere a troppi trucchi: niente trigger, niente editing eccessivamente forzato. Volevamo che il disco mantenesse un suono naturale e restituisse il più possibile quello che siamo sul palco. È stato registrato in multitraccia, ma l’approccio è rimasto talmente diretto che avremmo quasi potuto registrarlo in presa diretta. Ci interessava preservare quella componente ruvida e spontanea che fa parte della nostra identità.
“Salmo 119” è probabilmente il brano che più si allontana dalla vostra formula abituale. Perché avete deciso di inserire un pezzo del genere proprio in questo album?
Ci piace sperimentare e “Salmo 119” è nato proprio così. È venuto fuori questo riff con una sonorità un po’ post-punk e, da lì, il pezzo si è evoluto naturalmente. Anche il testo ha contribuito molto a definirne l’atmosfera: quando vengono citati i passi della Bibbia, la musica si apre e sullo sfondo diventa quasi angelica, come se volesse accompagnare e sottolineare quelle parole. È un brano particolare, diverso dalla nostra formula abituale, ma secondo noi si inserisce molto bene sia nel disco sia nel concept di “Non Credo”.
“Fino a che son vivo” mostra un altro lato ancora. Vi interessa esplorare maggiormente questo tipo di dinamiche nei prossimi lavori?
Non lo sappiamo, vedremo cosa ci porteranno le esperienze che faremo e dove ci condurrà il destino. Sicuramente è stato molto stimolante realizzare una ballad dopo tanti anni che non ne facevamo una. Anche l’utilizzo del pianoforte, uno strumento che non avevamo mai inserito in un nostro disco, è stato qualcosa di particolare. Mi è piaciuto tantissimo sentire un pianoforte all’interno di un album degli Sfregio! Anche il testo è molto potente e secondo noi una ballad era la veste musicale perfetta per accompagnarlo. Per il futuro non ci poniamo limiti: vedremo dove ci porterà la voglia di sperimentare.
Una critica che vi viene fatta è che, proprio perché avete un sound molto riconoscibile, a volte rischiate di ripetere la formula. È una critica che prendete in considerazione quando scrivete?
No, nel senso che è una critica particolare, perché in questa riconoscibilità ci vediamo anche qualcosa di positivo. Significa che la nostra musica ha una personalità e che, anche al primo ascolto, si riesce a capire che siamo noi. Sicuramente le critiche le ascoltiamo, perché è sempre giusto confrontarsi con quello che pensano gli altri, ma fondamentalmente non ce ne frega nemmeno un cazzo! Noi andiamo per la nostra strada e continueremo a farlo. Non abbiamo intenzione di cambiare quello che siamo per inseguire aspettative esterne: se abbiamo un’identità riconoscibile, per noi è un valore, non un limite.



