Con In Your Gaze, i 217 firmano un debut album che rifiuta compartimenti stagni e mette in comunicazione mondi solo apparentemente distanti: l’urgenza dell’hardcore, l’attitudine punk e il peso emotivo del metal. Tra strutture spezzate, atmosfere oscure e una costante tensione espressiva, la band di Pescara sceglie la contaminazione come atto necessario, ridefinendo il proprio linguaggio e mettendo in discussione gli schemi di scena. Li abbiamo intervistati per parlare di rottura, affinità e visioni che vanno oltre i generi. Risponde Ivan, cantante della band pescarese.
ASCOLTA L’ALBUM: https://www.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_npf4Zrfn5wa1EwQ_oK_E8mDeR
In Your Gaze è un album che vive di tensioni: hardcore, punk, metal, dark rock e momenti quasi atmosferici convivono senza gerarchie evidenti. Quando scrivete, partite da un’idea di genere o lasciate che siano le emozioni e i riff a guidare la direzione del brano?
Le emozioni e le intuizioni sensibili, intese come metodologia della liberam espressione creativa senza autocensura, sono state le protagoniste assolute nella creazione di ogni brano di In Your Gaze.
La storia dell’hardcore è da sempre intrecciata a doppio filo con il metal, tra rifiuto e attrazione reciproca. Nel vostro percorso, quanto è stato importante riconoscere questa parentela e smettere di considerare i due mondi come opposti?
Per quanto riguarda la prima parte della domanda, posso dire che in “In Your Gaze” dei veri e propri momenti metal sono del tutto assenti anche se un certo tipo di atmosfera ” visionaria ” e ” mistica ” in esso presente arriva in eredità anche da band metal tipo Anathema, My Dying Bride, Celtic Frost e Nevermore. Proprio come quelle band, che tracciavano nuove vie espressive all’ interno del metal brutale unendo ricerca dell’ etereo in contesto death metal, noi abbiamo fatto lo stesso in contesto hardcore/Punk. Tornando alla seconda parte della domanda invece, fin dal primo sviluppo dell’ Hardcore americano e non, la fiamma del metal entra a pieno regime nel suo tessuto, basti pensare ai DYS, agli Agnostic Front o ai Negazione periodo “Lo Spirito Continua”. E comunque, soprattutto ai nostri giorni è davvero impossibile considerare Metal e Hardcore come due mondi opposti dati gli sviluppi dell’ ondata breakdown, che altro non è che metal rallentato.
Il titolo In Your Gaze suggerisce esposizione, vulnerabilità, ma anche confronto diretto. Come si collega questo concetto alla musica del disco e alla scelta di mettere in discussione strutture e codici consolidati?
È molto bello che tu abbia colto gli aspetti dicotomici di “In Your Gaze” utilizzando espressioni come “esposizione” e “vulnerabilità” perché riassumono perfettamente l’ essenza dei nostri stati d’ animo quando abbiamo cominciato a comporlo. Non eravamo delle persone estranee a quello che stavano facendo, e il nostro stato d’ animo ha comandato sulla selezione dei riff e dei successivi arrangiamenti in maniera del tutto spontanea. Non ci siamo mai detti: “Hey, facciamo una canzone Hardcore, ma poi facciamone una più atmosferica” come se fossimo delle persone
emotivamente esterne al processo. Tra un brano e l’ altro passavano settimane, e in quelle settimane ci accadevano cose, vicende costantemente messe in musica come se si trattasse di un diario. Una settimana puoi essere al top del mondo, quella successiva puoi essere morto. Una settimana hai vissuto di poesia, quella dopo stai morendo dentro una fabbrica del cazzo. Perché allora tutto questo non deve entrare nello stesso disco? E perché fare un disco monolitico dall’ inizio alla fine? Parlare di quanto cazzo sono “tosto” per dodici canzoni mantenendo
sempre lo stesso riff accontentando chi ? Per rispettare quale codice di coerenza?
In alcuni passaggi del disco si avverte un peso quasi “metallico” che però non rinuncia alla velocità e all’urgenza hardcore. Avete mai avuto la sensazione che certi linguaggi siano più affini di quanto la scena spesso voglia ammettere?
Assolutamente, con l’unica differenza che una parte dell’ “Hardcore” attuale ha rielaborato nella propria musica diversi elementi del metal in maniera brutta e noiosa, mentre il metal ha ereditato gli aspetti migliori dall’ altro.
La rottura con gli schemi è uno dei tratti più evidenti del vostro nuovo lavoro. È stata una scelta consapevole, quasi politica, oppure una conseguenza naturale del vostro background e dei vostri ascolti extra-hardcore?
Direi nessuna scelta politica di base studiata a tavolino. “In Your Gaze” è un disco che arriva direttamente dal nostro vissuto in maniera naturale, senza pianificazione e autocensure, e chiaramente abbiamo dato libero sfogo al nostro background extra – hardcore.
Metal, punk e hardcore condividono un’attitudine antagonista ma spesso parlano linguaggi diversi. Pensate che oggi la contaminazione sia una necessità per mantenere questi generi vitali, o rischia di snaturarne l’impatto?
Credo che la contaminazione sia da sempre la linfa vitale dell’ incontro/scontro tra le sottoculture e la rottura di queste con la tradizione dogmatica che le precedeva. E il paradosso sta nel fatto che mentre nel ’77 i Sex Pistols scioglievano nell’acido il regime riducendo a brandelli tutto quanto fosse pre esistente, l’ iridazione successiva tra generi sovvertiva la tradizione abbattendo i muri attraverso il mescolamento: Nirvana, Beastie Boys, Type O Negative, Faith No More, Turnstile, Jane’s Addiction, Zappa e la”band più importante del mondo”, i
Bad Brains, lo hanno dimostrato. La loro potenza si è arricchita “di altri mondi”, ancora più incazzata, disperata e potente.
Guardando al futuro, In Your Gaze sembra più un punto di partenza che di arrivo. Vi sentite più vicini a una continua evoluzione e frammentazione del vostro suono, oppure pensate che questo album abbia fissato una nuova identità stabile per i 217?
Non è facile rispondere a questa domanda. “In Your Gaze” garantiva la nostra identità compositiva per tutto il suo periodo di gestazione: ciò che eravamo noi, era il disco. Il futuro potrebbe riservarci aperture o chiusure emotive e speculative che in un modo o nell’altro stravolgerebbero il nostro modo di fare musica, ma sarebbe comunque sia un fatto del tutto normale in quanto spontaneo. Mi tornano in mente gli Ulver dei primi 3 dischi. Tutto può succedere quando non devi rendere conto a nessuno se non a te stesso.



