Pubblicata l’ultima fatica discografica dei Dawn Of A Dark Age, dal titolo “Ver Sacrum”, abbiamo intercettato il creatore e mente della band Vittorio Sabelli, che ci parla dell’album, dei prossimo appuntamenti live e tanto altro.
Ciao Vittorio, presenta ai nostri lettori “Ver Sacrum”!
Ciao a tutti i lettori di Metal in Italy e grazie per l’interesse a Dawn of a Dark Age. “Ver Sacrum” non è un album che avevo previsto nell’iniziale “Trilogia della Memoria”, ma una volta finito “Transumanza” ho avuto come la sensazione che mancasse qualcosa, e quel qualcosa era il prologo della saga sul Sannio e i Sanniti. Rispetto ai tre dischi precedenti in “Ver Sacrum” spicca sicuramente una marcata componente epic/folk, ma soprattutto quella ritualistica/tribale, utilizzata come anello di congiunzione tra l’antico popolo dei Sabini e il Dio Mamerte.

Cosa significa esattamente il monicker della tua band?
Quando ho iniziato a scrivere i primi brani che avessero a che fare con il Black Metal ero in periodo non particolarmente felice e avevo la necessità di cambiare rotta, e non solo da un punto di vista musicale. Dawn of a Dark Age nasce dalla ricerca di una via d’uscita, ma senza l’illusione che l’oscurità potesse scomparire del tutto. Effettivamente dopo quasi 12 anni ritengo che sia stata la scelta più appropriata.
“Ver Sacrum” rappresenta il nono capitolo dei Dawn of A Dark Age, un traguardo ragguardevole. Come vedi adesso i primi lavori e come pensi si sia evoluta la proposta della tua band?
Nell’arco di questi anni il sound e il concept di Dawn of a Dark Age sono cambiati molto sotto diversi punti di vita. I primi album del periodo degli ‘Elementi’ sono stati una sorta di ‘palestra’ per entrare a tutto tondo dentro gli stilemi del Black Metal e cercare di carpirne le varie sfaccettature. A partire da “Spirit/Mystèrès” ho iniziato a lavorare con quella che definisco ‘visione aerea’, una sorta di copione cinematografico dentro il quale c’è una storia da narrare che nasce da un concept ben preciso. Questo ha cambiato il mio modo di pensare un album, concentrandomi di fatto sulla lunga distanza e solo marginalmente sui singoli brani. Per il resto è stata una costante evoluzione ma sempre tenendo fermi alcuni paletti, come la componente folk e bandistica che seppur nei primi album non risalta molto, è sempre presente.
Spesso sei accompagnato da guest per i tuoi dischi, vogliamo parlare di questa scelta?
I musicisti di cui mi circondo nei vari progetti sono scelti accuratamente in base a delle particolari caratteristiche di cui ho bisogno, album dopo album. Sicuramente la loro personalità ha giocato e continua a giocare un ruolo importante per l’evoluzione del sound della band. Dal primo album ‘The Six Elements, Vol. 1” ho iniziato a sperimentare nuove strade, e a mano a mano che scrivevo musica cercavo allo stesso tempo di capire chi avrebbe potuto darmi un contributo per registrare determinati strumenti e soprattutto le parti vocali. Nella “Tetralogia della Memoria” questo si nota in maniera molto più marcata, a partire dalla batteria di Diego Aeternus Tasciotti fino ad arrivare alle voci prima di Emanuele Prandoni e non ultima quella di Ignazio. Mentre per tutti gli altri musicisti a seconda del colore che ho in mente cerco di coinvolgere chi può soddisfare le mie idee musicali.
Come hai pensato che si potesse introdurre il clarinetto in un tessuto sonoro di metal estremo?
Fin da quando ero adolescente avevo in mente di inserire il mio strumento all’interno della musica estrema. Intorno ai diciotto anni iniziai a strimpellare la chitarra e ciclicamente provavo a registrare qualcosa su cassetta per poi suonarci il clarinetto, ma niente che mi desse una spinta così forte da continuare in maniera decisa e convincente. Fino a che, durante un viaggio in Norvegia, mi ritrovai a contemplare la tomba di Euronymous nel cimitero di Ski, e in quel momento accadde qualcosa di inspiegabile che mi spalancò le porte per fare quello che avevo in testa da oltre 20 anni, ovvero coniugare il clarinetto con il metal estremo.

Cosa significa il titolo “Ver Sacrum”?
Il Ver Sacrum è un antico rito nato da momenti di grave crisi come carestie e epidemie. La comunità prometteva agli dei di consacrare tutti i primogeniti nati la primavera successiva affinché concedessero salvezza e prosperità nei raccolti. Ma a un certo punto le madri si ribellarono a questa barbarie, fuggendo con i loro neonati sulle montagne e rompendo il patto fatto con Mamerte, il Dio della guerra. Fu solo grazie al Consiglio degli Anziani che, dopo aver consultato l’Oracolo dell’isola galleggiante sul Lago di Cotilia, i Sabini trovarono un ‘compromesso’ con il potente dio della guerra. Questo nuovo patto prevedeva che al posto dei neonati sarebbero stati sacrificati due tori, ma al compimento del ventesimo anno di età, i giovani avrebbero lasciato la loro terra natia per conquistare nuovi territori e portare a nuove genti la devozione alla figura di Mamerte. E proprio durante una di queste migrazioni, i Sabini, guidati da un toro e dal guerriero Comio Castorio, arrivarono nei pressi di un luogo con tre grandi massi. E in quel posto, l’attuale Pietrabbondante, nacque la grande Nazione Sannita.
Stai suonando dal vivo in questo momento? E per quanto riguarda i Dawn Of A Dark Age?
Dopo 11 anni di attività e 9 album in studio, Dawn of a Dark Age ha iniziato da poco la sua carriera live con tre concerti in Nord Italia, e proprio in questi giorni stiamo pianificando i prossimi concerti. Al momento potete segnare sul calendario il 13 agosto, giorno in cui ci esibiremo al Frantic Fest a Francavilla.
Con chi ti piacerebbe dividere almeno una volta il palco?
Probabilmente una jam session con il clarinetto con John Zorn o gli Zu sarebbe qualcosa di unico!
Come nasce un brano della tua band di solito?
Come in ogni mio progetto, un brano può nascere davvero da una piccola cosa, anche da una discussione o dalla visita di un luogo o di una mostra. Ho le antenne sempre alzate e cerco di cogliere qualunque cosa che possa darmi uno stimolo per trasformare le mie idee in musica. A volte un brano nasce da una melodia col clarinetto, altre da un riff o un arpeggio, piuttosto che da un particolare ritmo che ho in mente, come l’inizio de “Le Forche Caudine” e “Ver Sacrum”. A seconda del mood e dell’umore poi si iniziano a innescare alcuni meccanismi e mi tuffo nella stesura del brano o del concept.
Ok, abbiamo finito. Concludi come vuoi!
Quello che posso dire è di supportare sempre la musica underground, che ancora risulta sincera e ‘deviersa’. E’ stato un immenso piacere e vi ringrazio a nome di Dawn of a Dark Age e dei Sanniti. Seguiteci sui nostri canali social e sulla pagina Bandcamp per news e live: https://dawnofadarkage.bandcamp.com/
Intervista di Derek Vinyard



