Con “TO THE USUAL ATOMIC RHETORIC, Vol.1”, i Dysmorfic firmano uno dei lavori più radicali e fuori asse della loro carriera, spingendo il proprio “avant-grind” verso territori dove composizione, rumore e tensione si fondono senza compromessi. Lontani da ogni comfort zone della scena estrema, il duo continua a ridefinire il proprio linguaggio con una visione lucida e indipendente, tra approccio D.I.Y., collaborazioni trasversali e una ricerca sonora sempre più profonda. Ne abbiamo parlato con loro per entrare nel cuore di un disco che non si limita a superare i confini del genere: li ignora completamente.
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In “TO THE USUAL ATOMIC RHETORIC, Vol.1” sembra esserci una volontà precisa di destrutturare il concetto stesso di “brano grind”. Vi interessa ancora scrivere pezzi nel senso tradizionale o state cercando una forma più fluida, quasi “compositiva” in senso contemporaneo?
Ciao, prima di tutto grazie dello spazio che ci dedicate; rispondo io, Thomas, bassista dei Dysmorfic. Direi che quando scriviamo le canzoni non ci poniamo alcuna regola da seguire, vengono tutte in modo molto naturale. La volontà che tu noti di destrutturare il grind fa parte del nostro aprirci verso influenze diverse e magari lontane dal genere, ma non è che oggi mi siedo e dico: ‘adesso scrivo un giro funk’. Fa tutto parte della nostra espressione musicale più libera e consapevole che in passato.
Il vostro percorso sembra andare controcorrente rispetto a molta scena estrema attuale, spesso molto codificata. Vi sentite ancora parte del mondo grindcore o ormai operate in una zona completamente autonoma, anche a costo di risultare alieni a quella stessa scena?
Beh, il mondo grindcore ci è sicuramente ancora molto caro, suoniamo sempre negli stessi circuiti estremi, sia in Italia che all’estero, quindi lo rispettiamo e lo amiamo. Ovviamente abbiamo una sonorità più peculiare, questo sì, che speriamo ci possa aprire le porte verso altri ambienti, ma abbiamo visto che nel circuito grind la nostra ‘zona autonoma’ viene molto apprezzata. Sembra, dalle reazioni che abbiamo avuto con i precedenti due CD e da come sta venendo accolto “… Atomic Rhetoric”, che portiamo una sorta di ventata di aria fresca in una scena, come giustamente dici tu, a volte troppo codificata. In futuro sperimenteremo ancora e se questo ci porterà ad essere alieni al contesto da cui veniamo, tant’è. Per prima cosa dobbiamo essere felici noi con quello che facciamo.
L’inserimento dell’ambient noise non è solo atmosferico ma quasi “narrativo”. C’è un immaginario preciso dietro “TO THE USUAL ATOMIC RHETORIC, Vol.1” o lasciate che sia l’ascoltatore a costruire il proprio significato dentro il caos?
Il contributo di +DOG+ è nato con lui che metteva le sue parti ascoltando le nostre basi di basso/batteria, quindi in modo molto spontaneo, senza un ‘concept’ preciso. Come se fossimo nella stessa sala prove, ecco. Chi ascolta può interpretare la musica come meglio crede, ed è questo un po’ il bello della musica stessa, in senso lato: ognuno la riceve e la interiorizza secondo la propria sensibilità. È anche per questo che abbiamo deciso di proporre solo materiale strumentale in questi ultimi anni, affinchè la musica parli per/da sé.
Piuttosto, i titoli delle canzoni e del CD hanno una specie di terreno comune, un immaginario preciso, che va a riflettere su quanto di drammatico succede nel mondo.
Lavorare con figure come Cristiano Roversi e Stefano Riccò, lontane dal circuito estremo, ha inevitabilmente cambiato il vostro modo di pensare il suono. Qual è stata la cosa più “spiazzante” che vi hanno fatto mettere in discussione durante la produzione?
Questa è una questione interessante. Sia Stefano che Cristiano avevano già lavorato con noi nei precedenti due CD, quindi il rapporto di mutua fiducia sia personale che tecnica era già consolidato. La loro professionalità e il loro modo di lavorare non si sono mai imposti sopra le nostre idee, anzi, le hanno ascoltate ed elevate ad un livello più alto, spingendoci a dare sempre il 101% in ogni take per ottenere quello che noi avevamo in mente. Forse l’unica cosa spiazzante è stato proprio quello che noi Dysmorfic avevamo in mente in termini di suono, hahahah!!
Dopo quasi 30 anni, quanto è cambiato il vostro rapporto con l’intensità? Oggi vi interessa ancora “colpire duro” o siete più attratti dal creare tensione, disagio e straniamento?
Direi che i Dysmorfic vogliono ancora essere intensi, ma è cambiato il modo. Puoi essere intenso con un muro di suono alla vecchia maniera, e puoi esserlo altrettanto con composizioni più articolate e ricche di tensione. Ci sono delle composizioni di Miles Davis che sono più intense di un brano degli Assuck, per esempio; Johnny Cash era disagiante con solo una chitarra acustica. Basta saperlo cogliere.
Domanda da “Gear-Nerd”: nel vostro setup minimale basso–batteria, ogni scelta timbrica diventa cruciale. Come avete costruito il suono di questo album in termini di strumenti, effetti e trattamento del segnale? Avete privilegiato un approccio analogico, digitale o un ibrido “sporco” coerente con l’estetica avant-grind?
Bella domanda. La registrazione e la produzione sono avvenute in modo digitale ovviamente, ma suonando tutti e due nella stessa stanza come ad un concerto. Questo ha permesso di non far perdere d’urgenza il feeling delle canzoni. Per quello che riguarda il suono, il nostro obiettivo è stato quello di riprendere un certo sound ‘denso’ anni 70, pensando soprattutto ai King Crimson periodo 1973/74, e contestualizzarlo ad oggi. Per avere questa pasta sonora ho utilizzato solo bassi passivi (a differenza dei precedenti CD), sia fretted che fretless, tra cui il mio Fender Jazz Bass del 1969, e la mia pedaliera che uso dal vivo. Roversi mi ha chiesto di fare diverse take, sia in pulito che in distorto, su ogni singola canzone per poter poi, in fase di produzione, andare in diversi tipi di sterefonia, per avere una sorta di sound avvolgente. Solo in un riff ho usato il mio fretless attivo a corpo cavo, per simulare il contrabbasso. La batteria è molto naturale, volevamo a tutti i costi evitare il suono finto ed inscatolato che purtroppo si sente su moltissime produzioni estreme di oggi, e anche questa ha un grande spazio sonoro tra i canali di ascolto. Una volta fatti i demo di pre-mix abbiamo mandato il materiale a Boston da +DOG+ che ha inserito le sue parti e rimandato il tutto per il mix e master finale.
Grazie mille ancora per la bella intervista, interessante e non scontata.
Per contatti ci trovate sui soliti social o, meglio, dysmorficdb@gmail.com



