Nati dalle ceneri di diverse realtà della scena sarda, i Mondoplastico sono una delle band più autentiche e dirette dell’attuale panorama hardcore punk italiano. Con il nuovo EP “Nessun Futuro, Nessun Peccato”, il gruppo affonda le mani nei temi dello Stato e della religione come forme di controllo e oppressione, ma lo fa senza slogan, cercando sempre un punto di verità personale. La loro musica è rabbia, ma anche introspezione; è urgenza, ma anche consapevolezza. In questa intervista i Mondoplastico raccontano il loro percorso, le contaminazioni che li ispirano e il difficile equilibrio tra tradizione e nuove idee, in un genere che resta, ancora oggi, un atto di resistenza.
ASCOLTA L’ALBUM: https://youtube.com/playlist?list=PLsWGhqZnCokhzfrt9ZEiE7m4QHp7D6sHG&si=V1iofdtmTPdp65WD
“Nessun Futuro, Nessun Peccato” sembra un titolo che non lascia scampo. È un grido, ma anche una presa di coscienza. In che momento vi siete resi conto che questo disco stava prendendo quella direzione, e che non sarebbe stato “solo” un altro EP hardcore?
Ci siamo resi conto della direzione che aveva preso l’album solo una volta finito, nei giorni in cui stavamo decidendo il titolo. Ci stavamo “scervellando” , avevamo tante soluzioni per noi tutte abbastanza valide ma quando è uscita questa ci siamo detti “Era così semplice” !
Il punk e l’hardcore nascono come ribellione, ma oggi persino la ribellione rischia di diventare un’estetica. Come fate a mantenere vivo quel senso di urgenza, di verità, senza cadere nei cliché di un genere che spesso si auto-celebra?
Il senso di verità e urgenza per noi è naturale, senza voler essere presuntuosi, e’ dovuto dal fatto che andiamo avanti coi nostri tempi, componendo e scrivendo solo quando ne sentiamo il bisogno. Crediamo possa dipendere anche dalle esperienze giovanili. Se si ascolta musica autentica a prescindere dal genere, si sviluppa quella sensibilità e profondità d’animo che poi si riflette nella musica che si fa. E’ in questo senso che si può cercare di non cadere nella trappola dei clichè. Pensiamo a brani come “I am a clichè” degli X-ray spex già loro nel ’77 avevano intuito una possibile distorsione del movimento punk. Se andiamo un pochino più a fondo possiamo notare che questo passaggio a diventare solo pura estetica è avvenuto per tanti generi, lo è stato per il jazz, il rap il punk etc etc. Sembrerebbe che quando una cultura e/o movimento, in genere musicale inizia ad essere fuori controllo, a disturbare, a risvegliare le coscienze venga come inglobato dal sistema, snaturato e rimesso dentro lo stesso svuotato dal messaggio di fondo. Parliamo ovviamente di quello che viene spesso passato in radio ad eccezione di alcune stazioni e che viene pompato grazie a valanghe di denaro. Per fortuna nelle cantine c’è ancora tantissima musica potente che sta per esplodere e venire alla luce ma che, ora come ora, purtroppo non trova il giusto spazio.
Nella vostra musica si sente la rabbia, ma anche una certa lucidità, come se la furia avesse uno scopo preciso. Vi capita di accorgervi del significato reale dei vostri brani solo dopo averli scritti, come se la musica sapesse più di voi?
Assolutamente, è importante essere il più lucidi possibile e mettere in discussione ogni cosa per non accettare passivamente quello che ci viene propinato da un sistema a cui non frega un cazzo di noi. Bisognerebbe sviluppare spirito critico e comprendere che non basta protestare ma e’ necessario lottare per dare dignità alla vita umana. Lo scopo di manifestare la propria rabbia o furia alla fine è sempre quello di lasciare qualcosa a chi ti ascolta, che sia un’emozione, una domanda, qualcosa che continui a vivere anche quando finisce il brano o il concerto e che resti viva dentro.
Per quanto riguarda il significato reale delle canzoni, l’idea di base o un inizio di brano ci porta quasi in maniera naturale in una direzione piuttosto che in un’altra, quindi si, spesso realizziamo il vero significato di un brano solo una volta terminato. Siamo noi che creiamo la nostra realtà ma non si può negare che esiste qualcosa di invisibile e magico in ogni forma di arte.
Con “Frank” avete toccato un episodio durissimo, ma lo avete trasformato in qualcosa di universale, quasi liberatorio. Vi succede spesso che la realtà vi entri dentro così, e si trasformi in arte senza che ve ne accorgiate?
Si, avviene molto spesso soprattutto con i testi. Alcuni parlano di storie di vita vissuta, nel primo album per esempio c’è “Eremo”. Mentre scrivi qualcosa magari hai un’ idea, dopo un secondo ne scaturisce un emozione poi un ricordo, poi altre idee, fatti che ti hanno segnato la vita e tu sei li con il quaderno e la penna a scrivere tutto come se fossi dentro un flusso di coscienza ma orientato sulla stesura di un testo, e questo infonde un senso di liberazione. Altre volte ti sconvolge un fatto di cronaca, un avvenimento politico, una guerra, la lettura di un libro e poi ci lavori su in maniera più pragmatica.
Poi per quanto riguarda la parte strumentale magari hai in testa gli scazzi del lavoro, rabbia, frustrazione. Esce fuori quello che vivi nel quotidiano.
L’hardcore italiano ha una storia enorme, ma anche un certo peso sulle spalle. Qual è per voi il confine tra rispettare una tradizione e avere il coraggio di romperla per dire qualcosa di vostro?
Se possiamo fare quello che facciamo nel modo in cui stiamo cercando di fare è anche grazie alla tradizione. Avere questa consapevolezza crediamo sia una gran forma di rispetto e riconoscimento di chi prima di noi ha rotto le regole, abbiamo in realtà anche qualche cover in testa.
Più che rompere la tradizione nel nostro piccolo cerchiamo di essere più autentici possibili e non una copia e incolla, poi le nostre influenze per chi ascolta questi generi possono essere abbastanza intuibili. In fin dei conti le influenze sono andare a miscelare il tuo bagaglio musicale cercando un tuo timbro e una tua identità.
Nel disco si sente la voglia di superare i limiti del genere, ma senza snaturarlo. Quali sono le influenze o le contaminazioni “invisibili” che vi hanno ispirati mentre scrivevate questi pezzi?
In generale le nostre ispirazioni sono tante, ma parlando dell’album possiamo citare Punkreas, Skruigners, Sick of it All, Derozer, Pornoriviste, Raised Fist, Bad Religion, NOFX, Suicidial Tendencies, Ramones. Non ci rifacciamo a una corrente o qualche sotto-genere in particolare, le nostre influenze sono molto varie e quello che esce e’ un po’ un mix del nostro passato e presente musicale.
Parlate spesso di evoluzione, musicale e personale. Dopo “Ogni singolo chiodo ingoiato” e adesso con “Nessun Futuro, Nessun Peccato”, che tipo di band sentite di essere diventati – e dove vi immaginate andare da qui in avanti?
Abbiamo fatto un piccolo passo in avanti soprattutto nell’iniziare ad applicare concretamente nei nuovi brani il concetto di libertà musicale. E’ possibile che nei prossimi pezzi ci possano essere idee drum and bass, ispirazioni con riff alla Slayer, Metallica e perché no anche pezzi tendenti al ’77 inglese, oppure Operation Ivy, Negazione, Motorhead giusto per spiegarci meglio.
La nostra fortuna è che ascoltiamo veramente tanta musica e siamo come quando da bambini ci passavamo le cassette con le robe di nicchia o le più estreme anche se adesso lo facciamo con i link. Dove andremo a finire è una bella domanda….



